L'Africa a Novara
Di Sebastiano Vassalli
Nella seconda metà dell'Ottocento l'Africa era una terra ancora in parte inesplorata, ma non era un continente "nuovo" come le Americhe o l'Australia, da invadere con milioni di disperati per espandere nel mondo la cosiddetta civiltà occidentale. Era da sempre, e continuava ad essere anche in età coloniale, una dimensione dello spirito: un "Altrove", dove la natura assume le forme più bizzarre, e dove esistono nella realtà quegli animali e quelle piante che gli artisti medievali avevano dipinto e scolpito nelle cattedrali, senza averli mai visti.
Prima che Sigmund Freud iniziasse ad esplorare l'Inconscio, i viaggiatori inglesi, francesi, tedeschi e italiani si erano messi a cercare le sorgenti del Nilo nella parte più inaccessibile del continente africano: e le due esplorazioni sono strettamente imparentate fra di loro, anzi sono la continuazione l'una dell'altra. Chi andava nell'Africa nella seconda metà dell'Ottocento non ci andava a cercar fortuna come chi emigrava in America o in Australia: o, comunque, non ci andava soltanto per quello scopo. Avventurieri e missionari, scienziati e commercianti e filantropi, erano tutti uomini piuttosto complicati; né cambia qualcosa il fatto che molti fossero agenti dell'una o dell' altra potenza coloniale. L'Africa dell'Ottocento era un Inconscio collettivo, e la volontà di potenza fa parte dell'Inconscio, anzi ne è un elemento essenziale. Si chiamassero David Livingstone o Henry Stanley, Vittorio Bottego o Ugo Ferrandi, Jules Borelli o Arthur Rimbaud, ognuno di loro era spinto da una sua ragione profonda, che soltanto superficialmente e nominalmente poteva coincidere con le ragioni degli altri. Quei viandanti si incontravano, si studiavano, si scambiavano informazioni restando essenzialmente estranei.
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